Il Senato ha dato il via libera al disegno di legge 1552 con 80 voti favorevoli, 56 contrari e due astenuti: un voto che ridefinisce dopo oltre trent’anni le regole italiane sulla caccia e manda il testo alla Camera per la seconda lettura.
Il provvedimento, promosso dai capigruppo della maggioranza e inizialmente pensato come decreto, è stato trasformato in disegno di legge per superare le obiezioni sull’urgenza; l’iter parlamentare è stato caratterizzato da centinaia di emendamenti e da forti tensioni in aula e nelle piazze.
La votazione del 23 giugno 2026 ha chiuso una fase di dibattito intensa: il testo è sostenuto da Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia e firmato dai capigruppo al Senato, ma ha raccolto opposizioni nette e manifestazioni di piazza. L’iter è stato segnato dalla presentazione di oltre 900 emendamenti, gran parte a firma delle forze di opposizione, e dal passaggio alla Camera dove il disegno di legge può essere ancora modificato. Il ministro dell’Agricoltura aveva inizialmente proposto uno strumento d’urgenza, ma la conversione in ddl ha permesso di procedere con un percorso parlamentare più lineare.
La riforma cambia il paradigma normativo: il titolo aggiunge il concetto di gestione alla tutela della fauna e l’articolo 2 definisce il cacciatore come bioregolatore con un ruolo che la norma descrive come utile alla conservazione della biodiversità. Sul piano operativo, il ddl aumenta l’autonomia delle Regioni in materia di calendari venatori specie cacciabili e aree d’intervento, consentendo deroghe sui periodi di chiusura e maggior flessibilità nella programmazione locale. Contestualmente, il parere dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) passa da vincolante a consultivo, con un rafforzamento del Comitato tecnico faunistico-venatorio nazionale.
Il testo apre alla possibilità di esercitare l’attività venatoria in porzioni di demanio, comprese alcune spiagge, e autorizza le Regioni a estendere i periodi di caccia oltre i limiti precedenti, pur mantenendo i divieti legati a specifici periodi di migrazione e riproduzione sanciti dalla normativa europea. Sul fronte degli strumenti, il ddl autorizza l’uso di visori notturni ottici e termici non militari per la caccia di selezione agli ungulati, ammorbidisce le regole sull’impiego dei richiami vivi e introduce la possibilità, in casi stabiliti, di braccate al cinghiale in condizioni particolari come la neve.
Il provvedimento amplia l’elenco delle specie cacciabili includendo, tra le altre, oca selvaticacolombaccio e il piccione urbano. Per il cinghiale la riforma prevede strumenti che coinvolgono agricoltori e cacciatori nei piani di controllo, compresa la possibilità per gli operatori agricoli di trattenere gli animali abbattuti in caso di danni. Sui grandi carnivori il ddl recepisce il cambiamento di classificazione del lupo a livello europeo, passando dalla protezione rigida a una tutela che ammette piani di contenimento regionale in situazioni ritenute di rischio.
La riforma ha diviso fortemente il quadro politico: la maggioranza la presenta come un aggiornamento necessario per rispondere all’espansione di alcune specie selvatiche e ai problemi per l’agricoltura, mentre le opposizioni parlano di profili di incostituzionalità e di contrasto con la tutela della biodiversità sancita in Costituzione. Le associazioni ambientaliste e animaliste hanno definito il testo una regressione, lanciando campagne di mobilitazione, raccolte firme e proteste nelle piazze. Sul piano europeo, la Commissione ha inviato rilievi formali su alcuni aspetti del ddl, segnalando possibili criticità rispetto alle norme comunitarie.
Il confronto che seguirà alla Camera sarà decisivo: il testo potrà essere emendato lungo il percorso legislativo, mentre resta aperto il dibattito pubblico su come bilanciare la necessità di gestione delle popolazioni selvatiche con la tutela della biodiversità, la sicurezza nelle aree rurali e il rispetto degli obblighi internazionali.
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